Un’intera teoria politica fondata sull’errore: e se fosse giusta?

“Mistakes” is the word you’re too embarrassed to use. You ought not to be. You’re a product of a trillion of them. Evolution forged the entirety of sentient life on this planet using only one tool: the mistake

-Robert Ford/Anthony Hopkins- (Westworld s01e01)

Ha ormai compiuto cinque anni un paper del mio autore di teoria politica preferito, Jeffrey Friedman (N.B. nessuna relazione familiare col ben più famoso Milton). che cambiò il mio modo di interpretare il mio approccio al liberalismo e al valore stesso da attribuire al concetto di libertà, facendo definitivamente piazza pulita, per quanto mi riguarda, di un certo approccio giusnaturalista e vagamente “moralista” che da Locke a Rothbard tratta la libertà come un qualcosa di “giusto in se”, a prescindere da come funzioni il mondo in cui viviamo.

Tale paper in realtà mi fece per prima cosa rivalutare un’opera non certo tra le più famose di Hayek che è The Sensory Order, un lavoro di psicologia teorica scritto -e scritto bene- da un economista, il che serve innanzitutto a ricordarci come siano cambiati i tempi dato che ora possiamo al massimo aspirare a opere di economia scritte (male) da psicologi.
Friedman lo usa come grimaldello per criticare una presunta “schizofrenia” nelle posizioni hayekiane tra un’epistemologia interpretivista propria di The Sensory Order (d’ora in avanti TSO, acronimo non fortunatissimo, ma ce lo teniamo per ragioni di brevità) e una non-interpretivista che emerge nel più celebre The use of knowledge in society e di lì in tutta l’opera più propriamente politica di Hayek.
Ma cosa si intende per interpretivista, che sennò non ci intendiamo? Alla base di TSO c’è l’idea che il nostro cervello non conosce mai direttamente la realtà. La interpreta, sempre. Riceviamo cioè stimoli dall’ambiente che ancora prima di essere di un’elaborazione cosciente sono selezionati e in qualche modo filtrati da una certa configurazione di connessioni neuronali che dipende sia dalle nostre esperienze precedenti, dalla nascita in poi, sia dalla struttura che ereditiamo biologicamente tramite i nostri geni.
E’ questo il meccanismo alla base delle illusioni ottiche, quell’affascinante fenomeno per cui il nostro cervello ci inganna, scegliendo di interpretare le informazioni ricavate dal nostro apparato visivo sulla base della sua esperienza pregressa e prendendo talvolta tranvate colossali, di cui peraltro non riusciamo a capacitarci nemmeno dopo che l’illusione ci sia stata spiegata. Eppure questo meccanismo è indispensabile: se non esistesse questa sorta di filtro a tutti gli input sensoriali che riceviamo, il nostro cervello semplicemente impazzirebbe e sarebbe paralizzato di fronte all’impossibilità di elaborare una quantità di informazioni ancora più enorme di quello con cui già a che fare.
Ma non solo gli stimoli esterni sono selezionati in partenza: è ancor di più al momento della rielaborazione cosciente e di quelli che chiamiamo comunemente “ragionamenti” che questi prendono strade strettamente dipendenti da quella che è l’organizzazione preesistente della nostra mappa mentale. Detta più chiaro: se noi ci siamo formati delle idee sulle relazioni causali che regolano il mondo e la nostra vita sulla base di certe letture, di esperienze personali o di opinioni altrui i nostri neuroni saranno “disposti” in modo tale da tendere a farci interpretare anche le nuove informazioni secondo certi schemi di pensiero. Quello che Hayek ci dice è che non può esistere un ragionamento “puro” o un’opinione non mediata: tutto ciò che ci pare riflessione razionale e oggettiva sarà sempre l’effetto di ciò che abbiamo vissuto e che pensiamo di aver capito della realtà. Ma non sarà mai la realtà reale.

Tutto questo può sembrare al tempo stesso o estremamente complicato o estremamente banale, per altri versi: ma sia come sia, abbiamo a che fare con almeno un tris di conseguenze non esattamente da poco:
1) il mondo oggettivo, il mondo dei fatti non è alla nostra diretta portata. Non che non esista: quello di Hayek non è idealismo, è una forma di realismo “debole”, potremmo dire. Non è che costruiamo la realtà, costruiamo la nostra percezione della realtà; e, di certo, questa non è necessariamente uguale per tutti. Il nostro cervello, con buona pace di Platone e della corrente maggioritaria nella storia della filosofia occidentale non è stato dotato di categorie che corrispondono a ciò che c’è fuori da noi: però è stato plasmato dalla biologia in un modo tale da riuscire a crearsi un possibile ordine all’interno del caos in cui è stato gettato. Ma l’ordine possibile non è uno solo.
E quindi 2) abbiamo una potenziale spiegazione del disaccordo. Quando io ho opinioni diverse dal mio interlocutore non è che ho a che fare necessariamente con uno stupido: ho a che fare con qualcuno che ha un’interpretazione dei fatti diversa dalla mia, e questo dipende essenzialmente dalle esperienze che ha avuto e da come le sue connessioni neuronali l’hanno interpretata. Vale anche all’inverso, e credo che coincida molto con l’esperienza di ognuno: se avete qualche amico o conoscente che condivide le vostre letture e i vostri interessi è possibile che finirete per pensarla allo stesso modo anche su cose apparentemente scollegate da questi. E’ per questo che a volte (di rado, in effetti) si riesce a “capirsi al volo”.
Ma abbiamo anche un fondamentale punto 3): una spiegazione dell’errore. Noi siamo in errore ogni qual volta che la realtà (che ricordiamo, abbiamo detto è lì che esiste, oltre la nostra percezione di essa) si rivela diversa dall’interpretazione che ci eravamo costruiti. Da qui viene la sorpresa, che altro non è che la presa d’atto che i fatti non seguivano la logica che pensavamo. Succede abbastanza spesso in fondo, non trovate? Ecco quindi che a un’errore, o a una serie di errori, può seguire un ripensamento e quindi una revisione e un riassestamento delle nostre mappe mentali. Certo, non sempre avviene ma ogni tanto è necessario se intendiamo sopravvivere!

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A proposito di errori: le fasce verdi e quelle celesti sono in realtà dello stesso colore, giuro. Ora però convincete il vostro cervello!

 

Ma, facendo un passo in ambito economico, che concezione di mercato esce da un’epistemologia hayekiana di questo genere (che riprende molto di Hume, Kant e di Darwin)?
Beh, ne esce un quadro, ci fa notare Friedman, che nelle sue conseguenze andrebbe in una direzione ancora più radicale di quella che lo stesso Hayek ha poi ripreso e portato avanti nel citato The Use of Knowledge: una conoscenza “vera e propria” cioè, andrebbe considerata non solo come dispersa tra gli attori economici (e quindi indisponibile ad un pur volenteroso pianificatore statale), ma proprio come inaccessibile tout court. Lo stesso meccanismo dei prezzi che Hayek ritiene fondamentale per la coordinazione del sistema economico non incorpora nessuna conoscenza in senso “forte”, ma piuttosto una serie di opinioni degli imprenditori sui futuri comportamenti dei consumatori, sulle attuali condizioni del mercato e sul significato da dare agli stessi prezzi preesistenti. In altre parole, ne esce fuori un modello di mercato in cui tutto ruota attorno a una serie di “scommesse”, di previsioni basate su osservazioni personali e mediate da modelli interpretativi e culturali appresi dagli agenti ma che non garantiscono nessuna particolare efficienza in senso stretto. Per non parlare della fine che fanno concetti come “concorrenza perfetta” o fantomatici “agenti razionali”, che in effetti sono più credibili nell’iperuranio platonico che nel mondo reale.
Eppure in questo modello di mercato svuotato di qualunque assunzione “eroica” sulla bontà dei suoi protagonisti finisce per essere al centro quella che si erge a vera feature del sistema: la capacità di correggere gli errori. E’ in questo sistema di interazioni libere che gli agenti possono mettere alla prova le loro visioni del mondo, i consumatori selezionare chi soddisfa al meglio i loro bisogni (veri o presunti che siano) e le teorie sbagliate possono, col tempo, essere modificate, nella direzione, si spera, di una maggiore corrispondenza alla realtà dei fatti così come questi si rivelano man mano agli occhi e alle menti dei protagonisti di questa sorta di “gioco evolutivo”.

La critica del pianificatore o regolatore centrale non esce per nulla ridimensionata da questo approccio. Quello che cambia è che il focus non è più tanto sulla difficoltà materiale del raccogliere informazioni disperse e rielaborarle in modo da soddisfare correttamente le preferenze degli agenti economici: no, il vero problema di un apparato centrale che detta leggi è che una sola interpretazione del mondo decide. Un solo cervello o un ristretto gruppo di cervelli pretende di interpretare la realtà secondo i propri schemi mentali e di far valere la propria opinione per tutti. Ma non importa quanti Phd (se si crede alla virtù dei competenti) o quanti voti (se si preferisce affidarsi alla “santità” del popolo) questi cervelli possano vantare: la loro capacità di comprendere correttamente i fattori in gioco in un qualunque sistema complesso sarà simile e cioè molto, molto bassa. E purtroppo la correzione in un ambito tutto politico non si può svolgere in forma decentrata attraverso la revisione delle proprie profezie e aspettative: richiederà sempre una serie di riflessioni su cosa sia andato storto, una serie di processi politici e burocratici che identifichino come rimediare, e infine nuove decisioni a colpi di maggioranza o di autorità: ma tutto questo senza la benché minima garanzia di avvicinarsi di un solo millimetro alla comprensione del reale, a meno di colpi di fortuna che portino il regolatore a giocarsi tutte le fiches sul numero giusto.

La forza del mercato emerge invece in tutta la sua straordinaria vicinanza sostanziale a quella del linguaggio, della morale e dell’evoluzione biologica stessa: un tentativo perenne di adattamento ad una realtà inconoscibile e non formalizzabile, ottenuto ad opera di organismi sostanzialmente non coscienti di quello che stanno facendo. E’ una lezione che i grandi dell’Illuminismo scozzese Hume, Smith, Adam Ferguson avevano ben chiara prima ancora che evoluzionismo diventasse un termine del linguaggio scientifico, e a cui infatti lo stesso Charles Darwin seppe ispirarsi per la sua teoria che cambiò il modo di vedere la Natura.
Dopodiché il liberalismo, perfino nella sua veste austriaca, è stato pressoché incapace di utilizzare questa visione nella sua difesa della libertà e la difesa dell’ordine di mercato si è spostata sempre più su quel versante moralisteggiante che si criticava in apertura di questo articolo (la libertà avente valore in se -il che può essere anche bello e retoricamente efficace, ma se fosse solo questo cosa avrebbe di superiore, per esempio, alla giustizia sociale come valore in se?-).

E invece, ci dice Friedman, ed io con lui, Hayek più di tutti ci ha messo a disposizione una base epistemologica originale per proporre un liberalismo profondamente diverso dalla classificazione destra/sinistra più tipica del Novecento. Un liberalismo epistemologico, o darwiniano (ma non darwinista!) si potrebbe dire, in cui la posta in gioco prioritaria non è una libertà etica come opposizione al governo e al potere in quanto negativi in se, e neanche una rivendicazione velleitaria della santità della proprietà privata e dei pericoli della tassazione.
Invece, un liberalismo che parta dalle basi descritte in TSO è in primo luogo una filosofia del limite della mente umana e delle potenzialità delle menti umane nel loro insieme. E’ una rivendicazione della possibilità di tentare strade diverse per arrivare agli stessi obiettivi: di giocare a indovinare la scelta migliore, sbagliando e correggendosi.

In un sistema siffatto ciò contro cui lottare primariamente è l’eccesso di regolamentazione e l’idea che “one size fits all” ben più che il livello di pressione fiscale. La redistribuzione “pura” del tipo “tolgo x al più ricco e lo dò al più povero” in questa linea di ragionamento non crea nessun particolare problema al funzionamento del processo di scoperta proprio del mercato. Anzi, entro certi limiti si potrebbe quasi azzardare che un aumento della platea dei giocatori in grado di vendere, comprare e scambiarsi informazioni su prodotti e servizi possa aumentare il numero di stimoli presenti nell’ecosistema mercato e forse perfino migliorare l’adattabilità generale del sistema.
Questo potrebbe anche spiegarci perché, contrariamente alla retorica di certa parte del mondo libertarian, Stati con pressioni fiscali pressochè da socialismo reale non siano collassati ma anzi mantengano economie assai prospere, e in generale perché la crescita economica sia molto più correlata al livello di libertà economica in senso lato (apertura dei mercati, bassa regolamentazione, concorrenza tra fornitori di beni e servizi ecc.) piuttosto che inversamente proporzionale al mero livello di entrate fiscali sul PIL.

Ci sarebbe insomma, a mio modestissimo parere, un oceano di possibilità per dare vita a un liberalismo 2.0 che possa conciliare laissez-faire e redistribuzione, free-market e welfare state. Un liberalismo in cui certi servizi possono essere pubblici, nel senso che la redistribuzione può mettere in mano i soldi cash anche ai meno fortunati (poi possiamo ragionare su quanti soldi e a chi), ma in cui la gestione è demandata pressoché interamente a soggetti privati, messi nelle condizioni di fornire la propria soluzione e di farsi scegliere o rifiutare dai consumatori, a patto di sottostare a poche, semplici regole.
In ambito anglosassone qualcosa si sta muovendo da qualche anno, in think-thank come l’Adam Smith Institute e il Niskanen Center. Certo, il rischio (se non la certezza) è che simili posizioni restino indigeste tanto alla sinistra tradizionale, che notoriamente i problemi non vuole risolverli ma solo usarli per accrescere l’ambito di influenza del potere politico, quanto a una certa destra liberale per la quale, stringi stringi, l’unico liberalismo che serve è quello necessario a ottenere una riduzione della propria aliquota Irpef.

Ma come ho cercato di spiegare con queste righe, è proprio di fronte a tempi che cambiano e ci pongono sfide nuove, che è necessario mettere in discussione le idee che si sono radicate fino a plasmare la nostra mente, se si vuole evitare di soccombere al caos.

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Abbiamo ampia -troppa- scelta di contendenti politici nei due quadranti di sinistra; in basso a destra ci sono i quattro gatti libertari tradizionali, incapaci di attrarre un qualunque consenso organizzato. E in alto a destra? Può esserci posto?
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9 pensieri riguardo “Un’intera teoria politica fondata sull’errore: e se fosse giusta?

  1. Bravo.
    Anche se non ho capito dove sia davvero l’originalità di lettura, perché in Hayek stesso si trova che il totale coordinamento/coerenza dei piani degli individui non è nulla se questi non sono a loro volta coordinati la realtà dei fatti (o almeno quelli rilevanti). Ho sempre letto il punto nei termini di una percezione sempre in qualche modo errata della realtà; benché la possibilità di lasciar coordinare liberamente i frammenti sparsi di conoscenza permetta un “quadro diffuso” più preciso di quanto vantato da un pianificatore centrale, non ho mai avuto l’impressione che questo quadro fosse perfetto.
    La critica al liberalismo morale ci sta tutta. D’altra parte abbiamo passato tempi dove tecnica e scienza hanno dato l’illusione di poter conoscere tutto, e quella è la promessa tendenza o prospettiva allora la visione Hayekiana doveva venir un po’ taciuta perché out of date. E devo dire che quei tempi non sono ancora finiti, cambia solo la tecnica.
    Resto scettico sull’idea di abbandonare la posizione “morale” del liberalismo, e cioè che la libertà sia un valore in sé, a favore in un approccio in qualche modo consequenzialista “la libertà è un valore perché permette di conoscere meglio la realtà”. Proprio per le possibilità di errore dell’uomo, alcune cose dovrebbero assumere lo status di principio per evitare che svarioni nella percezione del reale le mettano in discussione.

    Non buoni libri di psicologia scritti da economisti ma brutti libri di economia scritti da psicologi… vero… e tra l’altro mi rendo pure conto che i secondi vengono letti pure peggio.

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    1. Provo a spiegare l’originalità del ragionamento di Friedman: lui dice che l’epistemologia dell’Hayek di TSO se trasportata coerentemente in economia avrebbe portato a conclusioni diverse da quelle di The Use of Knowledge. Il focus cioè sarebbe da porre non tanto sugli imprenditori come possessori di una qualche forma di conoscenza, benché decentrata, che porta il sistema mercato verso la coordinazione; ma molto più sui consumatori come coloro che scegliendo un bene/servizio piuttosto che un altro per soddisfare le loro preferenze (sensate o insensate non ce ne frega nulla) forniscono continuamente input al sistema, eliminando dal “gioco” quelli che non sono stati in grado di adattarsi alle preferenze stesse. In questo senso nemmeno l’economia nel suo complesso contiene “conoscenza” e i prezzi non veicolano vera e propria informazione ma una sorta di scommesse fatte dagli imprenditori/giocatori sulla base delle proprie peculiari esperienze di vita, diverse le une dalle altre. Chiaro che i prezzi preesistenti ci dicono qualcosa (pure molto) su ciò che è stato e che presumibilmente sarà, ma in essi non c’è niente di “razionale” nel senso che generalmente piace agli economisti.
      Implicazione politica (sempre secondo Friedman): alterare i prezzi tramite tassazione e/o trasferimento di risorse “da chi ha a chi ha di meno” è molto meno dannoso per il processo evolutivo di mercato rispetto al regolare interi settori impedendo così che i consumatori possano esprimersi continuamente a favore di una proposta piuttosto che un’altra. L’esempio che faccio sempre è che gestire dall’alto tutto il sistema dell’istruzione è molto peggio da un punto di vista liberale di quello che si avrebbe se trasferissimo risorse sotto forma di voucher assegnato direttamente allo studente (o alla sua famiglia), pure se questo volesse dire trasferire quantitativamente più risorse da ricchi a poveri, via tassazione (e non credo, perché il sistema sarebbe anche più efficente).
      Certo, rimane l’argomento “incentives matter”: se ti tasso al 75% dopo che i consumatori hanno determinato il successo della tua scommessa (e quindi della tua visione di quel dato segmento di mondo) probabilmente ti passa anche la voglia di giocare al gioco del mercato. Ma il tasso di resistenza del sistema è probabilmente molto più alto di quello che ama pensare il libertario medio: in fondo a noi umani piace vincere ma piace anche giocare: e la gratificazione spesso non è necessariamente solo monetaria.

      E poi c’è anche problema molto pratico, nel 2019. Io l’argomento morale ho iniziato a disprezzarlo perché ne vedo sempre meno la consistenza filosofica, ma in ogni caso non mi pare goda di buona salute vista la considerazione popolare che ha il concetto di libertà individuale.
      Esiste una certa richiesta di riduzione della disuguaglianza sostanziale che non si può ridurre sempre e comunque al fancazzismo del prossimo, per poi lamentarsi quando la gente vota i populisti o i socialisti che promettono il bengodi a gratis. Ora, io sono d’accordo che la prima via da seguire sarebbe quella di ridurre i privilegi a monte (e molte regole figlie del crony capitalism lo sono). Però davvero secondo me vale la pena chiedersi se un certo oltranzismo liberale nel difendere sempre e comunque la propria “roba” (nel senso di Mazzarò) faccia effettivamente segnare punti a vantaggio del free market e del suo valore per la società.

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      1. La tua risposta mi convince molto meno del tuo pezzo. E sono contento una volta tanto di non concordare.
        Anzitutto capisco che Friedman parte da una questione di enfasi e non di sostanza, perché che il focus di Hayek fosse solo sull’imprenditore non è corretto. In tutti i suoi lavori l’imprenditore non è il solo a elaborare conoscenza (non vorrei che ci fosse un po’ di distrazione data da Kirzner e l’enfasi sull’imprenditore che scova occasioni), ma tutti i partecipanti contribuiscono con il loro ruolo di imprenditore e consumatore, con il loro stare su lato di domanda e offerta, e la trasmissione avviene con il prezzo che non è tanto quel che l’imprenditore fissa ma quello che lui decide osservando anche le reazioni dei consumatori. D’altra parte il prezzo “fondamentale” è il tasso di interesse, e questo mette direttamente in contrapposizione investitori e risparmiatori, essendo i secondi i consumatori per la parte che destinano in qualche modo al futuro (data la loro conoscenza non solo dei prezzi delle merci esistenti ma di un vasto complesso di aspetti che riguardano la vita… compresi aspetti morali).
        Se poi questo serve a ricorda a qualcuno che il mondo è fatto “anche” di consumatori, ben venga.

        Poi, come ho detto, tutti si fanno il loro bel castello in aria e magari formalmente possono essere tutti coordinati in astratto… ma la realtà busserà sempre alla porta (anche sotto forma di improvvisa coscienza dell’insufficienza del risparmio).

        Che questo valga a dire che la regolamentazione “pesa di più” della spesa pubblica, mi guarderei bene dal concluderlo (anche perché occorre guardare i casi concreti). In effetti le due cose possono essere tranquillamente essere messe nello stesso calderone (l’ho fatto anche io con Colombatto) perché la spesa pubblica equivale a una legge su come dirigere la ricchezza dei privati, e la normativa ha comunque effetto sulla direzione della spesa. In ogni caso, da qui a “giustificare” la redistribuzione mi manca comunque un passo logico. O meglio: ritengo che esista un livello di tutela minima (su salute, istruzione o altro) che resterebbe anche in un paese informato al liberalismo (cioè non questa Italia socialista) perché liberalismo non significa ognuno per sé e cazzi tuoi, e la domanda di una qualche “assicurazione” esisterebbe comunque (un welfare minimo può essere semplicemente la soluzione più pratica). Ma questo andrebbe messo in relazione all’avversione al rischio dei partecipanti alla società e non a questioni di superiorità “liberale” pesata per la loro disponibilità a cacciare soldi propri. Dall’esposizione invece non mi pare di vedere esattamente un limite almeno di principio alla redistribuzione, e non vorrei che Friedman volesse costruire un varco da cui poter far passare un po’ di tutto – poi io non l’ho letto e posso benissimo non aver capito una sega, nel caso parla solo la mia sospettosità.

        Sull’argomento morale, io ho fatto il percorso inverso dal tuo. Sono partito prendendo la libertà come principio perché in grado di portare a risultati “superiori”, e col tempo – senza rinnegare questa prospettiva – ho valutato l’opportunità anche dell’aspetto morale. Estremizzando – ma poi è la pratica di qualsiasi sistema di valori e di potere – considero essenziale una certa “sacralità” di alcuni principi perché la pratica quotidiana tende a rendere necessari compromessi su compromessi (anche il concetto di welfare minimo è nei fatti un compromesso), e l’agire continuamente con compromessi in uno spazio di relativismo alla fine ti può portare a qualsiasi approdo (ad esempio a creare uno stato socialista chiamandolo liberista). Deve cioè esistere un “faro”, inviolabile ed indiscutibile, che permetta ogni volta di aver coscienza di quanto ci si stia allontanando se non altro per valutare se si sta operando un compromesso utile o si sta andando alla deriva.
        In altre parole, un qualsiasi ordinamento sociale non potrà mai essere (o restare) liberale se chi partecipa non “crede” che la libertà abbia un valore in sé. Se ci si muove solo in uno spazio consequenzialista, cioè è un “valore” solo ciò che porta a un risultato “utile”, finiamo facilmente a quei casi di pensatori “liberali” che criticano limiti all’immigrazione in quanto lasciano senza lavoro alcuni mediatori culturali (e togliere lavoro o meglio costringere a cercarsene uno nuovo improvvisamente passa da elemento essenziale della dinamicità di una economia liberista a patologia).
        Con questo non dico che la dimostrazione della “utilità” di un approccio liberalista sia inutile. Dico che è insufficiente e da sola perfino controproducente.

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        1. Non avevo dubbi che tu rimanessi contrariato, del resto ormai sei mezzo leghista, come tutti i pisani (scherzo, eh).

          Tieni sempre presente che hai a che fare con uno storico (io) che cerca di spiegare un filosofo (J. Friedman) che scrive un paper partendo da un saggio di psicologia teorica di un economista (Hayek). Un po’ di approssimazione direi che purtroppo è inevitabile.
          Ora, Friedman da filosofo, secondo me parte dal concetto di conoscenza come “ciò che possiamo sapere sul mondo reale”. In questo senso insiste sul fatto che da una concezione come quella di TSO viene fuori che noi e i nostri cervelli umani siamo equipaggiati dalla biologia per sopravvivere al mondo esterno anche senza capirlo e comprenderlo, in maniera simile a quella con cui una specie animale si adatta al suo ambiente ma senza che una coscienza superiore abbia compreso come fare. Le categorie con cui ognuno di noi inquadra la realtà non sono la vera “forma del mondo”, sono il prodotto degli stimoli che abbiamo avuto nella nostra esistenza e, materialmente, connessioni tra neuroni che sono “sopravvissute” (fino a un dato momento) alla prova dei fatti nel nostro interfacciarsi col mondo esterno. Detta da me è detta molto male ma a grandissime linee è la teoria di Gerald Edelman, un neuroscienziato che nelle sue teorie ha esplicitamente ripreso intuizioni anche di Hayek.

          Se questo modo di intendere la nostra intelligenza è corretto, il mercato come sistema di organizzazione economica di una società umana ne esce rafforzato. Perché è in assoluto il sistema che richiede il minor carico di conoscenza certa per funzionare. Tutte le immagini del mondo e le idee del mondo che ognuno di noi si costruisce sono messe alla prova dell’ambiente e delle reciproche interazioni. Almeno in linea teorica non serve nessuna spiegazione razionale degli esiti del processo: se un prodotto vende l’idea che l’ha generato è buona, se non vende non lo era. Poco ci importa della causa: il sistema nel suo complesso troverà modo di spostarsi nella direzione delle idee buone. Il principio è lo stesso della selezione del codice genetico. Il che non vuol dire che esista un output finale “ottimale” né che uno stato intermedio preso in un qualunque momento non presenti caratteristiche che a un osservatore qualunque (un individuo, con le sua personale e inesatta visione del mondo!) non paiano chiaramente inefficienti, ingiuste e irrazionali. Ma appunto la conoscenza interna al sistema è superiore (senza essere “buona”) a quella delle sue parti.
          Tutto questo c’entra qualcosa con redistribuzione vs regolazione? Sì e no. Questo ci dice che il più fondato motivo per essere liberali è perché è il miglior modo per venire a patti col fatto che di fronte alla complessità del reale non sappiamo quasi nulla, indipendentemente dai titoli accademici che uno possa vantare. Partendo da questo presupposto la cosa che interferisce di più con la selezione delle interpretazioni corrette a me sembra evidentemente quella per cui l’interpretazione corretta viene votata a maggioranza o viene decisa da chi ha il cv più lungo e quindi stabilisce se e come debba essere organizzato un intero settore dello scibile, sia la scuola, la sanità o il commercio internazionale.

          Al contrario, porre a valle del processo di mercato dei paletti per cui chi ha tratto più profitto monetario dal processo di scoperta cede una parte a chi ne ha tratto meno (ma ha comunque contribuito, per il semplice fatto di compiere delle scelte, al funzionamento del sistema) non la vedo come una cosa particolarmente disfunzionale su questo piano epistemologico. A meno che non si voglia estendere il meccanismo darwiniano dall’ambito economico a quello sociale e più o meno velatamente puntare all’estinzione dei più deboli. Che poi per il “vincitore” sia fastidioso lasciare parte di ciò che ha guadagnato con la correttezza delle sue intuizioni è cosa abbastanza pacifica, ma appunto si entra nel piano etico/morale. Se devo “vendere” il liberalismo nel 2019 preferisco difendere a spada tratta la parte che ritengo essenziale per il suo funzionamento (la libertà di scelta) e immaginare un modo per renderlo compatibile con qualcosa che le comunità umane hanno dimostrato di apprezzare nel corso plurimillennario della loro storia e di essere tutt’altro che incompatibile con la civiltà (una qualche forma di redistribuzione, anche un po’ spinta). Ci sono motivi per pensare che possa funzionare? Pochi, perché come ricordi te dovresti comunque creare un consenso sul fatto che tutto ciò sia preferibile alle alternative. Ma se l’altra strada è convincere il 50%+1 che la libertà deve prevalere su qualunque altro valore, “fiat libertas et pereat mundus”, beh, sarei ancora meno fiducioso.

          Certo, per rimanere fedele a quanto esposto, potrebbe essere che mi sbaglio, in tal caso sappi che sono le mie configurazioni neurali che si stanno evolvendo molto male! XD

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  2. Credo ci sia una incomprensione tra noi che riguarda non tanto certi “principi” quando la rilevanza di alcuni fattori.
    In realtà a me torna tutto, a parte il fatto che il Friedman vivo abbia “scoperto” qualcosa che già non fosse in Hayek, (ma potrebbe esser solo questione di enfasi, e alla fine possiamo anche fottercene) e che il rapporto tra realtà e sua percezione porti non tanto al privilegio di sistemi fondati sulla scelta individuale (es. i voucher per la scuola, così scegli tu la scuola – idea del Friedman morto ampiamente condivisibile) rispetto a una normazione che definisce quale scuola tu debba frequentare, bensì che tale fatto implichi una superiorità tout-court della redistribuzione (e i voucher lo sono, comunque) sulla normazione tanto da allargare i cordoni della spesa, che è quello che avevo capito.
    Ora, se tutto il ragionamento di Friedman quello vivo alla fine è un modo, ispirato da Hayek, per recuperare anche concetti del Friedman stecchito per cui – data una spesa pubblica che vuoi comunque fare – meglio “dedicare” certe somme a un certo capitolo di spesa e lasciare i dettagli al singolo invece che normare nel dettaglio come gestire tale spesa per obbligare il singolo a fruire di un certo servizio, sulla scorta di natura selezione e conoscenza bla bla bla ora ci facciamo buio… insomma, fin qui ok.
    Se però si perde la bussola sul fatto che la spesa pubblica debba essere minimizzata, facendo leva sul fatto che tramite i meccanismi di cui sopra bla bla bla meglio che normare, allora c’è un problema, perché alla fine si tratta sempre di spingere verso una allocazione dei consumi per grandi classi che non necessariamente sarebbe quella spontaneamente dettata dalla conoscenza disponibile. Detto questo, rimando a quanto già detto più sopra sul fatto che sicuramente esiste un livello “minimo” di redistribuzione (o protezione sociale) che è funzionale se non altro perché accettabile da tutti (se non altro perché tutti vogliamo evitare, anche solo in situazioni eccezionali, di ritrovarci col culo per terra senza sanità e istruzione, ad esempio).

    Portando al caso italiano, estremizzando per concludere, spero che seguendo Friedman quello vivo non si arrivi a concludere che in Italia possiamo bruciare tutta la normazione ma dobbiamo tenerci oltre il 50% di PIL di spesa pubblica purché se ne “liberalizzi” il criterio di spesa. Nel caso comincio i riti per riportare tra noi il Friedman schiantato.

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  3. Anche a Pontedera siete in procinto di affidarvi al Cuore Immacolato di Maria?…Beh, auguri! XD

    A parte trivialità della politica attuale, direi non siamo lontanissimi dal capirci.
    Devo precisare una cosa: Friedman il Vivo nel paper da cui sono partito non parla praticamente per nulla di politica economica pratica, lo stesso esempio del voucher ce l’ho messo io per rendere il concetto di che modello ho in mente quando parlo di un possibile welfare state di mercato (avrei potuto farlo paragonando forme di reddito di base incondizionato -altra idea di Friedman il Morto, tra l’altro- alle forme di sostegno al reddito condizionate a tutta una serie di criteri definiti normativamente).
    Perché mi serviva il paper di Friedman Vivo allora? Perché tutto il suo ragionamento filosofico su Hayek gli serve per dire che nella versione TSO del processo di mercato, tutta basata sul trial and error e sulla non-formalizzabilità della mente umana, viene fuori che questo non risulta indebolito più di tanto da una variazione dei prezzi relativi prodotta via tassazione e spesa; viene indebolito molto di più se si annulla o si riduce la gamma di scelte che permette di selezionare le soluzioni più adatte. Quindi gli errori che vede in Hayek alla fine sono due (anche se concordo che su alcune cose enfatizzi troppo):
    1) un eccessivo richiamo al problema della conoscenza negli scritti di economia pura rispetto a quanto emerso dai suoi studi di psicologia, quando di conoscenza certa ce n’è poca o punta, ancorché dispersa. Se ve ne fosse, e se il comportamento umano fosse comunque in qualche modo prevedibile e formalizzabile, sarebbe tutta acqua al mulino di chi dice di poter rendere più efficiente il sistema, siano essi pianificatori socialisti o economisti mainstream (che fanno errori molto simili quando si tratta di conoscenza)
    2) una certa contraddizione nel criticare il concetto di “giustizia sociale” quando la teoria di mercato che propone potrebbe essere tranquillamente presentata come una forma di “giustizia sociale” essa stessa. Se il mercato è la forma più compatibile con l’esperienza umana in quanto riprende in sostanza il meccanismo stesso della comprensione del mondo da parte del cervello, nonché dell’evoluzione biologica, esso alla fine può essere visto come un vantaggio per tutti. Cosa gli manca: un meccanismo compensativo per chi perde, che abbiamo visto non dovrebbe spaventare gli hayekiani perché può essere congegnato in modo perfettamente compatibile con un mercato funzionante. Perché è importante (questo lo dico più io che Friedman)? Perché una politica di questo tipo mette i presunti benefattori dell’umanità di sinistra (ma anche della destra che va di moda ora) con le spalle al muro di fronte alla domanda: “ma a voi sta più a cuore ridurre la sofferenza e migliorare la qualità della vita delle persone o piuttosto organizzare la società, ricchi, poveri e mezzani, come diavolo vi piace a voi?”
    Perché se l’obiettivo è il primo allora guardate che esiste una valida teoria -questa- per dire che la soluzione migliore è trovarsi d’accordo sul fatto che certe cose alla fine le vogliamo tutti (salute, istruzione, fondi per affrontare la disoccupazione e la vecchiaia), e dare le risorse direttamente in mano alla gente che poi inconsapevolmente scoverà le soluzioni più valide (o almeno, quelle meno fallimentari), invece che ammazzarsi ogni cinque anni per dare tutto il pacchetto decisionale chiavi in mano al gruppo di teste vuote che urla più forte. Ah, e il resto dei servizi pubblici che vogliamo tenere tali lo decentriamo il più possibile (del resto il federalismo è una sorta di meccanismo evolutivo delle comunità politiche).
    E’ la stessa cosa che dice il liberalismo classico partendo da assunti morali del tipo “la libertà è buona in se ma scendiamo a qualche compromesso solo per quieto vivere?”. Può anche darsi. Semplicemente, nell’epoca in cui tutti celebrano l’onnipotenza o del popolo o delle élite, una posizione radicalmente alternativa per me non può che basarsi sulla celebrazione della fallibilità umana e sul fatto che con essa non solo si deve convivere, ma che è proprio il fondamento di tutto ciò che siamo (come da citazione di Westworld con cui ho aperto). Certo, che su un ragionamento di questo genere si possa prendere voti…diciamo che siamo molto, molto lontani, ma almeno che se ne parli!

    P.S. Fanculo il copyright, se riesci a vederlo e se ti interessasse leggerlo per intero, il paper è questo:
    https://sci-hub.tw/https://doi.org/10.1080/08913811.2013.857466

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